
Alessio Surian
|
|
| Oltrecultura: Recensioni Prosa | |
| Autore: Imma Colella | |
| lunedì 30 giugno 2008 00:00 | |
|
È Ariele, lo spirito di cui la critica shakespeariana ancora s’affanna a riconoscere il sesso, ad accogliere gli spettatori e a trascinarli in una realtà sospesa a mezz’aria, fra verità e sogno. Presotto risolve il dilemma dell’ambigua figura con un espediente brillante, Ariel è entrambi, maschio e femmina, lo è nell’ingenuità e nella purezza dei bambini, degli angeli che non hanno sesso, che tergono il canale ottico dalla fuliggine dell’indifferenza, alleggerendo il peso di tutte le sovrastrutture del mondo adulto, spostando dolcemente quel grave carico dalle spalle, adagiandolo all’ingresso del corridoio pavimentato per invitarci ad “uscire”, dal palazzo, da noi stessi, dal nostro guscio verso una scena esterna, costruita sulla terra nuda, fra le mura incomplete e malinconiche del cortile senza tetto, sotto il nitido cielo di Napoli e la scia sonora di quelli che Calibano chiamava “uccelli di ferro”. Uno spettacolo per bambini, no di certo, Viaggio, naufragio e nozze di Ferdinando principe di Napoli è uno spettacolo di bambini, attori puri nella loro essenza umana che cercano di accedere alle stanze puerili dello spettatore, svegliandone la capacità di guardare al mondo con ideali ancora sani, non ancora scalfiti dalle logiche di potere e conquista. Logiche di cui sono altri a muovere i fili di un carro con marionette e burattini. Lo stesso carro in cui paradossalmente i “potenti” de “La Tempesta”, il re di Napoli e il Duca usurpatore di Milano, sono ridotti a pupazzi. Pungente ed ironico quanto basta per sorprendere e destare un moto di ammirazione, il discorso di Gonzalo, un personaggio minore, espresso dalla voce di un bambino, proprio come un’assurda e irrealizzabile fantasia: e se io fossi il re sapete cosa farei?? Nel mio stato governerei eseguendo tutto contrariamente agli usi … la natura dev'essere ad offrire spontaneamente abbondanza di messi di ogni genere con cui nutrire il mio popolo innocente. L’Utopia di Thomas More nelle parole di Gonzalo per scelta di Shakespeare, e in quelle di un bambino per scelta di Presotto, al cui cospetto cade ogni pretesa di regalità e prevaricazione, rivestendo i panni del vero sovrano illuminato e indiscusso dell’opera, in contrasto con Prospero, che da usurpato diventa usurpatore spodestando Calibano, altra affascinante creatura dello spettacolo, a cui sarebbe stato sufficiente il suo sapere per vivere il suo mondo. Presotto va ben oltre l’evidente riferimento al colonialismo inglese, lingua, cultura, etica personale, gerarchie, binomio padrone-servo: cosa sono queste se non la più subdola violenza che si possa usare all’Altro, al suo essere naturale, libero, libero dalla pudica morale imposta dalle religioni o da costruiti usi e consuetudini del proprio essere sociale. Quando lingua, cultura, religione smettono di essere uno scambio ou pair, diventando strumento di prevaricazione, perdono il loro valore intrinseco e guastano l’uomo, ne guastano la parte più squisitamente terrena, accattivandola e incattivendola. Lo spettacolo lascia infiniti spunti di riflessione, e ciò avviene nel più semplice di codici linguistici, quello dei bambini, quello delle immagini, dello stupore, di un clima da favola in cui gli ambienti scenici di Mauro Zocchetta e Marcello Chiarenza avvolgono lo spettatore. Le musiche di Michele Moi ammaliano e trasportano nei luoghi della rappresentazione. Uno spettacolo per i grandi, quelli che siedono sulle poltrone più alte, quelli che credono invincibile il loro potere, potere che per un caso fortuito potrebbe trovarsi in balia di una tempesta. Imma Colella |
|
Percorsi tra musica e poesia di tradizione sufi
apre il festival del mediterraneo di Perugia il concerto della nuova formazione dell'ensemble guidato da Giovanni De Zorzi. http://www.myspace.com/festivaldelmediterraneo
Una splendida serata con un folto pubblico magnetizzato dai suoni ipnotici delle musiche cerimoniali della tradizione mevlevi. http://www.myspace.com/maraghi
Per me, come nelle altre occasioni ho partecipato a concerti di questo tipo, un particolare tipo di emozione, che tra l'altro ha proprio un nome Hal.
Ciao
C.
Francesco Clera, tamburo a cornice bendir; tamburo a calice zarb;
Giovanni De Zorzi, flauto ney, voce, direzione musicale;
Carlo Presotto, voce recitante;
Ra’na Shieh, viella ad arco kamançe;
Giovanni Tufano, liuto a manico corto ‘ud
Alla sua figura emblematica si ispira l’Ensemble Marâghî, composto da strumenti provenienti da un’unica area originaria suddivisa in seguito nelle tradizioni musicali delle moderne nazioni. L’intento è quello di proporre composizioni nate tra la corte e i centri sufi di Costantinopoli in epoca ottomana, suonando gli strumenti impiegati all’epoca e cercando di ritrovare un “gusto” caratteristico, decisamente pre-turco.
Al di là della filologia musicale, l’Ensemble Marâghî propone un percorso tra musica e poesia di tradizione sufi. Il punto di partenza del viaggio sono gli strumenti musicali stessi, investiti come sono del pensiero e dell’azione sufi. Nell’opera del poeta di lingua persiana Mevlâna Jalâl ud-Dîn Rûmî (altro gran viaggiatore: nacque a Balkh nel 1207, lasciò questo mondo a Konya nel 1273) sono proprio gli strumenti musicali, primo fra tutti il flauto di canna ney, che divengono simboli dell’essere umano: così come gli strumenti furono tagliati e separati dal loro elemento originario, così l’uomo è stato separato dallo stato di “Unione” che gustava nella Preeternità e, caduto in questo basso mondo (dünya), vaga in preda alla “Separazione”. Il suono degli strumenti come il ney, la viella rabâb, il liuto ‘ud, esprimono in Rûmî una nostalgia metafisica che viene espressa in rime e ritmi (zarbî) davvero musicali. Una simile nostalgia diverrà il tratto caratteristico dell’estetica musicale persiana, ottomano-turca e centroasiatica. In Occidente, essa fu elegantemente descritta dal filosofo tedesco Martin Heidegger (1889-1976): “La nostalgia è il dolore che provoca la prossimità del lontano”.
Da un punto di vista storico, va notato come dal seme di Mevlâna Rûmî fiorì la confraternita sufi detta, in suo onore, mevlevîye, meglio nota in Occidente come “dervisci rotanti”. L’Ensemble Marâghî suona perlopiù composizioni tratte dalle cerimonie dei dervisci rotanti.
Giovedì 29 maggio 2008, presso la società Dante Alighieri di Vicenza, Carlo Presotto ha condotto una lezione spettacolo intitolata "I Quattro libri di Andrea Palladio".
Dopo una breve introduzione storica, che ha permesso di situare la figura di Andrea Palladio geograficamente e cronologicamente rispetto al pubblico dei presenti, Presotto ha animato con Paola Rossi e Matteo Balbo la lettura drammatizzata del testo "I 4 libri di Andrea" scritto insieme a Titino Carrara nel 2003 svluppando il materiale fornito da uno dei maggiori storici dell'architettura e palladianisti, Howard Burns.
Il testo, vincitore nel 2003 del premio ETI stregagatto, presenta la vicenda umana e artistica di Andrea Palladio attraverso i personaggi che lo hanno conosciuto, dagli umili lavoranti dei cantieri ai nobili committenti della città, utilizzando un sapiente mosaico di citazioni documentate rese vive dal gioco dei contrasti scenici tra i tre narratori, Alvise, capo mastro, Matio, conduttore di carri e Cate vivandiera, di fronte alla posa dell'ultima pietra della Basilica cittadina.
L'evento, a cui ha presenziato un'altro dei maggiori palladianisti viventi, il professor Franco Barbieri, è stato scelto per concludere l'anno accademico della società Dante Alighieri con un omaggio al cinquecentenario Palladiano, le cui celebrazioni si stanno svolgendo lungo il 2008.
blog personale di Carlo Presotto, autore teatrale e narratore